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Ciclisti eroici: Carlo Oriani PDF Stampa E-mail
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CARLO ORIANI

UNA DOLOROSA CONFERMA DI EROISMO

Il vincitore del Giro d’Italia 1913 ed una vita sempre in salita

di Leonardo Arrighi

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Carlo Oriani  

Bologna 18 gennaio 2013. Le prime edizioni delle competizioni ciclistiche sottopongono alla nostra attenzione un elenco di interpreti, che potrebbe essere giustamente trasposto all’interno del novero degli eroi dell’umanità. Ogni storia pretende un’accurata disamina, non tutte le vicende possono denotare tratti comuni, però è fuori discussione che scegliere la bicicletta come mezzo di espressione individuale portasse con sé una serie di difficoltà, sormontabili soltanto da un animo predisposto a grandi imprese.

Concludere una gara era già un fondato motivo di gioia, le giornate dei corridori iniziavano ad orari improbabili, su strade impervie, senza dettagliate informazioni a proposito del posizionamento degli altri contendenti. La lezione che emerge dallo studio di questi anni è semplice, ma densa di istruttive conseguenze: essere capaci di mettersi in discussione, tralasciando sterili tentativi di addomesticare le forze esterne ed il caso. La visione della vita dei primi protagonisti della leggenda a pedali era disincantata e sognatrice al tempo stesso, la volontà di superare qualsiasi ostacolo (previsto o imprevisto che fosse), l’armonioso rispetto della natura coadiuvato dalla tensione verso la scoperta dei propri limiti.
 
Il ciclismo con il susseguirsi spasmodico delle stagioni ha la colpa di non essersi impegnato nella tutela della dimensione genuina e verace che tanto coinvolgeva gli spettatori. Gli appassionati, assiepati al bordo delle strade, potevano vedere i loro luoghi di origine svelati e arricchiti di ulteriori significati grazie al passaggio degli uomini in bicicletta. Anche la velocità aveva una connotazione più umana e ben accordata con le potenzialità visive degli astanti, tutto ciò che gravitava attorno alle scorribande a due ruote ne diveniva parte integrante, tra la strada ed i suoi navigatori c’era un rapporto di reciproca confidenza, mentre oggi le rassegne agonistiche utilizzano il contesto circostante per piegarlo ad obiettivi che si discostano dai dettami delle origini.
 
La storia di Carlo Oriani assume contorni speciali: il trionfo al Giro d’Italia 1913, l’impegno nella Iª Guerra Mondiale e la tragica fine della sua esistenza contribuiscono alla creazione di una vicenda unica. Oriani ha incontrato anzitempo la morte, ma la statura umana, già ben nota ai seguaci delle due ruote, offre un esempio commovente. Lo stupore non è però il sentimento dominante, essere ciclista in quegli anni significava molto di più che possedere un talento sportivo. I corridori erano prima di tutto degli avventurieri, esploratori disposti a sacrifici immani pur di portare a termine la loro missione, quindi chiunque si accosti alla storia di Carlo Oriani deve dare sfogo a tutta l’ammirazione possibile, senza mai indulgere in eccessi di stupefazione, sensazione da non accostare a chi è riuscito a fare della stoica resistenza ed integrità morale un normale modo di vivere.
 
CRONACA
 
Alla partenza milanese (6 maggio 1913) della 5ª edizione del Giro d’Italia i corridori sono 99 e il programma che li aspetta prevede nove tappe, per un totale di 2932 km. La classifica generale viene stilata in base ai punti assegnati in ogni giornata di gara: uno al primo, due al secondo, tre al terzo e così via. Per conseguire il successo finale è necessaria una grande costanza di piazzamenti, potrebbe bastare una tappa mal condotta e il sogno di vittoria svanirebbe irrimediabilmente.
 
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  Il percorso del Giro d’Italia 1913.

I favoriti principali sono gli atleti della Legnano, tra cui Carlo Galetti (vincitore delle tre precedenti contese sulle strade italiane) ed Eberardo Pavesi; anche la Maino – composta da Oriani, Agostoni, Bordin, Torricelli e Girardengo – vuole tentare di fornire un indirizzo preciso alla corsa. La Iª tappa (Milano-Genova di 341 km) vede l’affermazione di Giuseppe Santhià davanti a Pierino Albini e Ottavio Pratesi. Nella IIª frazione (Genova-Siena di 332 km) si mette in luce Eberardo Pavesi, l’Avucatt e futuro direttore sportivo, che distanzia Rossignoli e Cervi di 2’19”. Nella graduatoria generale comandano Albini e Rossignoli con 6 punti, davanti a Pavesi (Luigi Ganna quinto). La IIIª giornata di gara (Siena-Roma di 317,9 km) fa registrare la seconda vittoria di Santhià che riconquista anche la leadership in classifica.
 
Nel corso della IVª tappa (Roma-Salerno di 341 km) Carlo Galetti è costretto al ritiro a causa della rottura di un pedale, mentre il ventiduenne Giuseppe Azzini batte Oriani in volata. La Vª frazione (Salerno-Bari di 295,6 km) prende il via alle 5.40, ma al bivio di Serre gli uomini in fuga, poi imitati dal gruppo, sbagliano strada. A questo punto è necessario un nuovo start: alle 9.45. Azzini e Ganna imbastiscono un ritmo vertiginoso, nessuno riesce a stargli a ruota, soltanto il buio prova ad interporsi tra loro e la vittoria. Le fiaccole illuminano la strada solo nei paesi, mentre al di fuori delle aree urbane risulta quasi impossibile scorgere i contorni della sede stradale. Ganna, primo re del Giro nel 1909, non si accorge del posizionamento del traguardo ed Azzini è lesto nel batterlo. I corridori arrivano alla spicciolata nel corso di tutta la notte, sette atleti verranno squalificati per aver utilizzato il treno o l’auto.
 
Durante la VIª giornata di gara (Bari-Campobasso di 256 km) Azzini, galvanizzato dai due trionfi consecutivi, attacca in modo violento. Costante Girardengo, all’esordio, è l’unico a resistere e all’arrivo, dopo uno sprinti magistrale, può fregiarsi della prima vittoria al Giro d’Italia (a fine carriera ne conterà ben trenta). Carlo Oriani para il colpo giungendo terzo. La VIIª tappa (Campobasso-Ascoli Piceno di 313,2 km) viene animata dall’azione di Clemente Canepari che, sulla salita di Rionero Sannitico, fa selezione e spicca il volo impegnandosi in una fuga di 233 km. Ad Ascoli Piceno, Canepari precede di 4’04” Azzini che si colloca nella prima posizione della generale con 32 punti, uno in meno di Oriani. Nell’VIIIª frazione (Ascoli Piceno-Rovigo di 413,8 km) i cinque atleti della Maino riescono a dominare la corsa e ad imporre la loro legge: vince Lauro Bordin (originario proprio della città veneta) e secondo si piazza Oriani, che sale in vetta alla graduatoria con 35 punti, due in meno di Azzini. Carlo viene riconosciuto dai compagni come capitano, dimostrando in più occasioni di volerlo favorire attraverso un gioco di squadra fino ad allora non applicato così scientificamente.
 
Durante la IXª giornata di gara (Rovigo-Milano di 321,5 km) Oriani fora due gomme, gli avversari infieriscono con veemenza, Agostoni e Bordin cedono a Carlo le loro ruote, mentre Girardengo e Torricelli guidano l’inseguimento per 60 km e riportano Oriani sui primi. Al rifornimento successivo, il trio della Maino riesce a staccare Azzini, alfiere della Otav. Pavesi vince a Milano. Oriani, con il suo secondo posto, conquista il Giro d’Italia davanti allo stesso Eberardo e ad Azzini.
 
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La prima pagina de La Gazzetta dello Sport (23 maggio 1913) celebra la conclusione della 5ª edizione del Giro.
 
 
CARLO ORIANI E LA SUA TRAGICA FINE
 
Carlo Oriani nasce a Balsamo (il comune lombardo si è unito a Cinisello nel 1928) il 5 novembre 1888. Per questioni lavorative, abbandona presto il paese natio trasferendosi a Sesto San Giovanni, in cui le industrie erano numerose e le possibilità di trovare un impiego lasciavano qualche speranza. Gli abitanti di Balsamo non lo dimenticano ed anzi lo esaltano ad ogni gara, gridando il suo nome di battaglia: El Pucia. L’origine di questo appellativo va rintracciata nel modo di mangiare di Carlo, ogni piatto veniva ripulito dal futuro ciclista utilizzando la mollica di pane per non sprecare nulla, perché in quegli anni abbinare il pranzo con la cena era un vero evento. La vita è una conquista quotidiana e deva essere rispettata.
 
Tra i protagonisti del Iº Giro d’Italia c’è anche Oriani, che con un secondo posto (dietro a Ganna) nella IVª tappa (Napoli-Roma di 228,1 km) cattura l’acclamazione collettiva. Il pubblico e i giornalisti de La Gazzetta dello Sport intravedono già le sembianze del campione. Al termine della competizione sarà quinto assoluto.
 
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L’arrivo della IIIª tappa (Chieti-Napoli di 242,8 km) del Giro d’Italia 1909: Rossignoli precede Carlo Oriani.
 
Il 1910 è un anno di transizione in cui Oriani alterna la pratica ciclistica al lavoro di muratore. Nel 1911 la Bianchi lo colloca nella propria formazione e corre un buon Giro d’Italia, arrivando secondo nella VIª frazione (Torino-Milano di 286,2 km). La patria chiama e lui risponde prestando servizio nella Guerra Italo-Turca (o Guerra di Libia) scoppiata il 29 settembre 1911. Torna in tempo per partecipare al Giro 1912, ma la carenza di allenamento gli fa perdere lucidità e nel corso della Iª tappa (Milano-Padova di 398,8 km) prende una scorciatoia da Vicenza a Padova e viene prontamente squalificato. Il 27 ottobre si riscatta grazie al trionfo al Giro di Lombardia in cui regola in volata Verde a Brocco. Carlo riesce a ritagliarsi lo spazio che merita e nel 1913 la Maino lo ingaggia, attribuendogli un ruolo molto importante. I compagni Agostoni, Bordin, Torricelli e Girardengo ne riconoscono il grado di capitano e nel corso del Giro d’Italia 1913 non faranno mancare il loro decisivo supporto. Oriani, pur senza alcuna vittoria di tappa, è uno degli immortali re della corsa italiana. Il 1914, che vede il passaggio alla Bianchi-Pirelli, è già funestato dai presagi dell’entrata in guerra dell’Italia. Il giro si corre. El Pucia terzo nella tappa più lunga della storia (Lucca-Roma di 430 km) è poi costretto al ritiro. Oriani viene chiamato alle armi, arruolato come bersagliere ciclista. Dopo la devastante sconfitta di Caporetto, avvenuta il 24 ottobre 1917, molti soldati furono impiegati nella protezione della ritirata dell’esercito italiano.
 
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Oriani vestito da bersagliere. Carlo fu arruolato in questo corpo (per la precisione tra i bersaglieri ciclisti) durante la Iª Guerra Mondiale.
 
Un momento culminante si verificò sul fiume Tagliamento: Oriani era uno degli uomini posti a difesa della zona, per permettere ai suoi connazionali di ritrovare un luogo su cui attestare nuovamente il fronte. Sotto il fuoco nemico, il ponte sul Tagliamento saltò e Carlo Oriani precipitò nelle gelide acque sottostanti. Dopo un’aspra lotta con la corrente vorticosa, riuscì a raggiungere la riva. Il freddo, la mancanza di abiti di ricambio, l’assenza di acqua calda prostrarono Carlo che fu ritrovato febbricitante dopo alcuni giorni. La diagnosi non lasciò spazio alla speranza: pleuropolmonite. Fu portato a Caserta dove la temperatura meno rigida e il sole potevano cercare la disperata impresa di guarirlo.
 
Ma il 3 dicembre la morte non gli lasciò scampo. Quando chiuse gli occhi per sempre vide la moglie, da poco arrivata al suo capezzale, e può essere confortante immaginare la sua felicità nel incontrare nuovamente la compagna di tante battaglie. La Gazzetta dello Sport non fece mancare il suo supporto, lanciando una sottoscrizione per pagare il trasporto della salma ed il rito funebre. La salma non giunse a Milano e solo dopo alcuni mesi, grazie ad un sogno della moglie, venne ritrovata a Cittadella (in Veneto) all’interno di un vagone su un binario della stazione. Finalmente Carlo Oriani riuscì ad avere il giusto riposo, al termine di un’esistenza tormentata, ma soprattutto ricca di passione, proprio quella che a distanza di un secolo contagia chiunque si accosti alla storia di El Pucia, uno dei grandi eroi della nostra storia nazionale.
 
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