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GIUSEPPE ENRICI

E IL GIRO D’ITALIA 1924

Quando i campioni si presero una pausa

di Leonardo Arrighi

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Giuseppe Enrici con la maglia della Legnano
(squadra in cui ha militato per tre stagioni: dal 1922 al 1924)
 
Il Giro d’Italia 1924, disertato dai ciclisti più titolati, divenne un vero e proprio manifesto dello sport. Spesso accade che siano i nomi dei campioni ad attirare l’attenzione del grande pubblico, ciò non comporta nulla di negativo, anche se la passione dello spettatore, in alcuni casi nella veste di tifoso, dovrebbe essere guidata dall’incondizionato affetto per la tensione agonistica.
  
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Un’istantanea del Giro d’Italia 1924.
 
Gli interpreti sono fondamentali, capita che traghettino una disciplina sportiva in una dimensione ancora inesplorata, però non bisogna dimenticare che i valori a cui fare riferimento vanno sempre ricercati nella lealtà insita nelle competizioni. L’uomo regolamenta i propri confronti con gli altri attraverso lo sport, alla perenne ricerca del superamento dei limiti che sente come catene troppo costrittive. Questa dinamica coinvolge gli sportivi autentici a prescindere dal numero di vittorie ottenute. Il Giro d’Italia 1924 riconcilia gli appassionati con la purezza del ciclismo. Gli assi (in particolare: Girardengo, Brunero, Bottecchia) sono assenti a causa di mancati accordi economici tra gli organizzatori della corsa e le grandi squadre (Bianchi, Legnano, Atala, Maino, Stucchi), rappresentanti delle case produttrici di biciclette. La competizione è vibrante e densa di stravolgimenti entusiasmanti, i cultori applaudono con fervore i nuovi protagonisti.
  

LA CRONACA

La 12ª edizione del Giro d’Italia parte il 10 maggio da Milano. Gli atleti al via sono 90 e tra loro non si può fare a meno di notare la mancanza dei campioni affermati (motivazioni addotte in precedenza). I ciclisti possono annoverare anche la presenza, con il numero 72, di Alfonsina Strada, la prima ed unica donna ad aver partecipato alla corsa a tappe. Probabilmente l’impulso decisivo alla scelta del direttore Emilio Colombo venne data dalla volontà di ravvivare l’interesse sulla competizione, orfana dei suoi nomi più altisonanti. Sarebbe sbagliato ritenerlo un avvenimento totalmente estemporaneo: Alfonsina aveva già preso parte ad un buon numero di gare, tra gli eventi di maggior rilievo è fondamentale ricordare la partecipazione al Giro di Lombardia 1917 e a quello del 1918 (in cui giunse penultima a 23’ dal vincitore Tano Belloni).

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La prima pagina (lunedì 2 giugno 1924) de La Gazzetta dello Sport alla conclusione del Giro d’Italia.

Proprio Belloni rappresenta l’unico asso presente al Giro 1924, anche se la sua esperienza sulle strade italiane durerà poco. Durante la Iª tappa (Milano-Genova di 300,3 km) Tano fora quattro gomme, rompe un pedale e al traguardo giunge quarto (insieme a Giuseppe Enrici). A 18’39” da Bartolomeo Aimo, vincitore di giornata. La IIª frazione (Genova-Firenze di 307,9 km) fa registrare il ritiro, a causa di dolori insopportabili, di Belloni. Nel frattempo Federico Gay arriva solo a Firenze, tenendo a debita distanza Enrici. Nel corso della IIIª tappa (Firenze-Roma di 284,4 km) la contesa vive un momento decisivo: Aimo, leader della classifica, è costretto all’abbandono a causa di problemi alla milza; mentre Giuseppe Enrici è bersagliato dalla cattiva sorte e fora per ben quattro volte, nonostante questo riesce ad issarsi al secondo posto nella graduatoria generale alle spalle di Federico Gay, trionfatore anche in quella occasione. Il capoclassifica rinforza il suo primato grazie ad altre due vittorie nella Vª giornata di gara (Potenza-Taranto di 265,3 km) e nella VIª tappa (Taranto-Foggia di 230,3 km).

L’inerzia della competizione appare saldamente sotto il controllo di Gay. Nella VIIª frazione (Foggia-L’Aquila di 304,3 km) Enrici attacca sul Macerone proprio quando Federico Gay si ferma per girare la ruota. L’attaccante aumenta il ritmo e sulla vetta ha già 2’ di vantaggio sul rivale. La discesa, su una strada molto carica di ghiaia, crea molti imprevisti a Gay, che fora entrambe le gomme e perde circa 5’ per sostituirle. Enrici termina il suo volo a L’Aquila dove arriva solo e distanzia Lugli di 3’45”, mentre Gay è nono a 17’25”. La nuova posizione di classifica (Enrici primo con 1’08” di vantaggio su Gay) esalta il torinese che va all’attacco anche nell’VIIIª tappa (L’Aquila-Perugia di 296 km): l’andatura di Enrici è irresistibile per gli avversari e giunge solo al traguardo. Gay, alle prese con problemi di stomaco, crolla ed accumula 39’16” di ritardo. Alfonsina Strada, giunta fuori tempo massimo, viene invitata a proseguire ugualmente la corsa. La ciclista accetta con piacere e nei giorni successivi riuscirà a concludere la sua impresa a Milano.

Le ultime quattro tappe vedranno Enrici più impegnato nella lotta con un’infezione al piede che non gli dà tregua. In alcuni istanti appare prossimo alla resa, ma la forza d’animo di Giuseppe, unita alla consapevolezza di essere a pochi colpi di pedale dall’ingresso nel romanzo ciclistico, consentono ad Enrici di conquistare il Giro d’Italia con un margine ampissimo su Federico Gay, secondo a 58’21”.

IL VINCITORE

Giuseppe Enrici scende dalla bicicletta e non riesce nemmeno a fare un passo senza essere vittima di dolori lancinanti. Questa era l’istantanea che si presentava agli occhi degli spettatori assiepati all’arrivo delle ultime tappe del Giro d’Italia 1924. Appena Giuseppe sale sul suo fedele scudiero a pedali, lo scenario muta radicalmente: l’ardore con cui scala le vette e conquista la corsa lascia tutti senza fiato. L’ammirazione per la stoica resistenza di Enrici è sconfinata, difficile persino da spiegare a coloro che non siano avvezzi alle vicende ciclistiche. Soltanto il ciclismo ha donato imprese di questo tipo: la sinergia con il mezzo meccanico va rintracciata prima di tutto al proprio interno, giungendo ad una completa fusione con la bicicletta.

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Giuseppe Enrici 

L’uomo appena si issa sulla sella, posa i piedi sui pedali ed afferra il manubrio tra le mani, abbandona i suoi connotati prettamente umani per divenire una cosa sola con la bici. Il dialogo incessante che si instaura porta l’atleta ad oltrepassare i propri limiti; il sostegno offerto dal mezzo meccanico rincuora il corridore, che sente i muscoli corroborati da una energia sconosciuta. Tenendo conto della magia che si produce sulle due ruote è possibile tentare di spiegare l’incredibile risultato conseguito da Enrici. L’astro di Giuseppe ha emesso un unico accecante bagliore, ma non per questo meno rilevante. Il nome di Enrici resterà per sempre legato al Giro d’Italia 1924, quella vittoria lo ha consegnato alla storia. Personalmente credo che la corsa a tappe conquistata dal corridore piemontese possa essere considerata una sorta di medaglia al merito per tutti i ciclisti.

Molto spesso si dividono le epoche facendo riferimento ai grandi dominatori, ai campioni tiranni e democratici allo stesso tempo: tiranni perché non hanno lasciato nulla agli avversari; democratici a causa della varietà dei successi acquisiti. Non bisogna mai dimenticare l’esistenza degli altri interpreti delle due ruote a pedali che, seppur privi di allori, hanno posto il loro ardore al servizio della bicicletta. Il Giro d’Italia 1924 ha visto, per una volta, lo stravolgimento delle gerarchie consolidate. Le case produttrici di biciclette, associate alle squadre più importanti, non riuscirono ad accordarsi con gli organizzatori del Giro. Per vendetta fu imposto agli alfieri di quelle formazioni di non prendere parte alla competizione. Probabilmente Enrici, se il gruppo fosse stato completo, non avrebbe fatto sua la corsa, però l’elemento centrale in questa storia è rappresentato dall’occasione fornita dagli eventi: poter concentrare l’attenzione sugli atleti che di solito vengono oscurati dai grandi campioni. Il cono d’ombra si dissipò e gli sguardi degli spettatori furono rivolti esclusivamente ad altri protagonisti. Lo spettacolo risultò comunque molto appassionante, a riprova del fatto che la magia risiede nel ciclismo stesso prima ancora che nei suoi interpreti.

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Giuseppe Enrici 

Giuseppe Enrici nacque a Pittsbourg, Pennsylvania (USA), il 2 gennaio 1896. I suoi genitori, emigrati per ragioni di lavoro, erano piemontesi e si trasferirono a Torino pochi anni dopo la nascita di Giuseppe. Nella città italiana inizia ad amare la bicicletta, che ben presto diverrà una compagna insostituibile. Nel 1922 Enrici diventa professionista nella squadra Legnano. L’inizio è molto promettente: alla prima partecipazione al Giro d’Italia (sempre nel 1922) giunge terzo nella classifica finale (vincitore della graduatoria juniores). Nel 1923 coglie tre vittorie: Coppa Cavaciocchi, Giro del Sestriere, Giro del Penice.

Anche nella corsa a tappe italiana il risultato è buono: sesto nella generale. Del Giro d’Italia 1924 ho già ampiamente parlato, ma la stagione più brillante della carriera di Enrici non si conclude sulle strade nazionali. Nell’estate viene convinto a prendere parte al Tour de France. Sulle strade transalpine la sorte non gli sorriderà, la sua avventura durerà soltanto quattro tappe, mentre Ottavio Bottecchia riuscirà – vestendo la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno – a trionfare a Parigi regalando all’Italia il primo successo.

Anche nel 1925 Enrici partecipò ai due grandi Giri, ma purtroppo fu costretto ad abbandonare anzitempo la competizione. Nel 1926 Bottecchia lo volle fortemente all’Automoto, la squadra in cui militava da anni. L’esperienza accanto al vincitore di due maglie gialle si protrarrà per un anno. In Italia, già dal 1925, Enrici era tornato ad essere un isolato e nel 1926 riuscì a trionfare in quella speciale classifica al Giro d’Italia (quinto assoluto). Gli ultimi due anni dell’attività agonistica non videro Giuseppe far parte di nessuna formazione e nel 1928 decise di ritirarsi definitivamente.

 
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