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IL GIRINO-CALCIATORE
 
GIUSEPPE TICOZZELLI
 
di Giampiero Petrucci 

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rara figurina di Ticozzelli calciatore del Casale.

La storia del Giro d’Italia è ricca di personaggi stravaganti, talvolta ai limiti del paradosso. C’è chi, per sfuggire alle ire paterne, ha disputato la corsa sotto falso nome (Mario Pacchiarotti alias Henry Heller nel 1909).

C’è chi in pratica ha percorso tre giri d’Italia disputandone uno solo: Emanuele Caly, di Pantelleria, recatosi alla partenza di Milano in bicicletta dalla sua isola per poi tornare a casa ancora in bicicletta dopo aver finito l’intera competizione nel 1926.
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Massetto bersagliere
 
C’è chi ha voluto vivere il sogno di correre accanto ai più grandi campioni nonostante handicap fisici non indifferenti: il siciliano Pennisi, privo di una mano; i sordomuti De Francisci e Mongiano. C’è chi, nostalgico del periodo bellico durante la Prima Guerra Mondiale, correva senza mai separarsi dal suo cappello di bersagliere, intonando spesso canti patriottici (il piemontese Massetto). C’è addirittura una donna, la mitica Alfonsina Strada, che nel 1924 è riuscita a concludere il Giro, sia pure fuori tempo massimo (ne riparleremo). C’è perfino chi non aveva mai visto le banane e, trovandole al rifornimento, ne mangiava pure la buccia.
 
Ma se dobbiamo scegliere il girino più atipico di tutti i tempi, non abbiamo dubbi: Giuseppe Ticozzelli, nato nel 1894 a Castelnovetto, tra Mortara ed il Sesia, a cavallo di Lombardia e Piemonte, in Lomellina. In un ambiente agreste ed incontaminato, tra campi coltivati e rogge, cascine e nebbie perenni, Tico (come viene subito soprannominato) cresce alto e forte, un marcantonio: 1.87 m x 95 kg di peso-forma. Un gigante, in un momento storico in cui l’età media degli italiani si aggira sul metro e sessanta. Una vera forza della natura, un fisico da atleta, con tempra d’acciaio. Si appassiona subito alla bicicletta, inforcando una Maino e scorrazzando per la pianura. Vero sportivo, inizia anche a praticare uno strano gioco di squadra che proprio alla fine dell’Ottocento muove i suoi primi stentati passi.
 
Ticozzelli, sin da ragazzino, gioca a football. Ha la fortuna di vivere in una zona in cui il calcio attecchisce subito: Torino (dove nel 1898 si disputa il primo campionato italiano della storia) è la sua roccaforte ma tutta la provincia piemontese, in quel periodo, è un fiorire di squadre e squadrette, con i primi spaesati spettatori a seguire ventidue scalmanati che corrono dietro ad un pallone di cuoio. Vercelli e Casale sono le principali entità calcistiche cui il giovane Ticozzelli si avvicina, dapprima con pudore, poi con sempre maggiore convinzione anche se il primo cartellino ufficiale da giocatore lo firma con la Sartiranese.
 
Da una sua idea e dal suo spirito gagliardo nasce nel 1912 l’Alessandria FC che veste quella stessa maglia grigia indossata dai portacolori della Maino ciclistica tra i quali figura già il giovanissimo Girardengo di cui Tico diviene presto buon amico e, talora, pure compagno di sgambate sui pedali. Ticozzelli, grazie alle sue doti fisiche non indifferenti (12” sui 100 metri e 84 cm di giro-coscia!), sui campi di football giganteggia, ricoprendo il ruolo di terzino destro, energico e perentorio.
 
La forza di cui è dotato, in un periodo in cui tecnica e tattica sono ancora primitive, lo aiutano ma si distingue anche per le sue doti caratteriali e per la sua sportività: in tutta la sua ventennale carriera egli infatti non verrà mai espulso! Si segnala anche per la potenza del suo tiro ed alcune cronache riportano di un suo gol segnato direttamente dal calcio di rinvio. Dopo la parentesi della Grande Guerra (in cui è Tenente di Artiglieria e si guadagna una medaglia di bronzo), fino al 1921 gioca con l’Alessandria (totalizza 70 presenze e 5 gol) di cui diventa anche dirigente e nel 1920 ha il grande onore, a conferma del suo ottimo livello agonistico, di indossare la divisa azzurra della Nazionale nella partita contro la Francia, sconfitta per 9-4 sul prato del Velodromo Sempione (un segno del destino?).
 
Poi passa alla Spal (62 presenze e 6 reti) con cui disputa una semifinale di Campionato nel 1922 (sconfitta per 2-1 dalla Sampierdarenese). Quindi nel 1924 si trasferisce al Casale (76 presenze e 4 gol), in quel tempo una delle squadre più forti d’Italia, anche per rimanere vicino a casa ed al padre malato. Ma nel 1926 scatta qualcosa. Forse l’amicizia con Girardengo (che pare faticasse a tenere la ruota del possente Tico in pianura), forse il desiderio di cimentarsi in qualcosa di diverso, forse il richiamo irresistibile del suo primo amore sportivo, la bicicletta. Fatto sta che Giuseppe Ticozzelli si iscrive al Giro d’Italia e, col numero 152 sulla schiena, è tra i 204 partenti di quell’edizione.
 
Non è un ciclista come gli altri, anzi: anche se ha compiuto i 32 anni, è ancora attivo calcisticamente parlando ed in forma fisica ottimale. Come se oggi, per rimanere in tema di difensori, Nesta o Chiellini all’improvviso prendessero il via alla “corsa rosa”! Ticozzelli dunque gareggia, anche se in un modo abbastanza particolare. C’è chi dice, esagerando nella caratterizzazione del personaggio, che arrivi alla partenza in taxi ma altri sostengono che ciò non rappresenta la realtà.
 
Certamente indossa la maglia nerostellata del Casale e qualcuno sostiene che da qui sia poi nata l’idea della maglia nera a premiare l’ultimo in classifica (teoria però alquanto azzardata e poco verosimile). Sicuramente Tico (che le cronache ciclistiche del tempo citano come il noto foootballer) non passa inosservato, un po’ per il suo fisico imponente, un po’ per la sua originale casacca ma anche per il passato calcistico e per alcune perentorie azioni che lo pongono spesso in prima fila nelle fasi iniziali di corsa. Proprio in seguito ad una di queste fughe, si sviluppa un gustoso aneddoto: Ticozzelli esaurisce la provvidenziale scorta alimentare (sandwich e gazzosa) che porta sempre con sé durante ogni cavalcata in bicicletta. Stanco e senza rifornimenti (gareggia infatti tra i “diseredati” come allora si chiamavano gli “isolati”), Tico si ferma a mangiare in un’osteria, sedendosi comodamente al tavolo.
 
Quando sopraggiunge il gruppo, riparte satollo e prosegue la sua avventura. Nasce qui la leggenda del girino-gourmet che, come un qualsiasi turista, si gode il paesaggio e l’avventura senza pensare al risultato. Probabilmente un’altra forzatura, sia pure dovuta ad un comportamento anomalo, perché Ticozzelli, sui campi di calcio come in quel Giro del 1926, ha interpretato qualsiasi disciplina sportiva sempre con massimo impegno e dedizione. Prova ne siano i suoi risultati: nella prima tappa, Milano-Torino, giunge 94°, lasciando dietro di sé una ventina di concorrenti tra cui personaggi di discreto livello come Manicardi, Antonio Pancera, Di Gaetano e Benaglia, girini a tutti gli effetti in diverse edizioni.
 
Va ancora meglio nella Torino-Genova dove chiude 68°, lasciandone alle sue spalle ben venticinque. Chiude invece 60° nella Genova-Firenze ed intorno alla sessantesima posizione si trova anche nella “generale” quando nella frazione seguente, che porta a Roma, è costretto al ritiro perché investito da una moto del seguito. Ma, a prescindere dalle indubbie qualità atletiche, un conto era giocare terzino in Nazionale, un altro evidentemente disputare il Giro d’Italia. Dunque un girino indubbiamente atipico e singolare. Ma anche e soprattutto uno sportivo a tutto tondo ed un uomo che merita massimo rispetto e considerazione.
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Ticozzelli soldato 
 
Nel 1935, a 40 anni suonati e con alle spalle già anche alcune esperienze come allenatore calcistico, parte volontario per la guerra in Africa Orientale. Ferito gravemente in uno scontro a fuoco, sfortunatamente rimane cieco. Ma, da vero uomo di sport, non si arrende e continua a seguire le partite di calcio dove si reca in compagnia di un amico che gli descrive le fasi di gioco. Muore improvvisamente a Milano il 3 febbraio 1962, lasciando profondo cordoglio in tutti coloro, sportivi e non, che ne hanno ammirato lo spirito ed il carattere. Per noi, e per la storia del Giro d’Italia, rimarrà anche l’unico girino-calciatore di tutti i tempi.
 
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