IL MOLISANO
ANTONIO GIOVINALE,
IL GIRINO-CONTADINO.
di Giampiero Petrucci
Il Molisano ciclista Antonio Giovinale
Il Molise è la seconda regione più piccola d’Italia per dimensione, alle spalle della Valle d’Aosta. Ma se quest’ultima non ha mai fornito partecipanti al Giro d’Italia, pur offrendo i natali ad un campione assoluto del ciclismo eroico come Maurice Garin, il Molise vanta due girini.
Giovinale con moglie e figlio
Uno è Graziano Recinella, di Petacciato, mediocre protagonista dei primi anni Duemila. Per trovare l’altro bisogna andare molto indietro nel tempo, risalire a ben 85 anni fa, per la precisione al 1927. Quell’anno infatti si schiera al via del Giro d’Italia anche Antonio Giovinale.
Chi era costui? In effetti la sua storia è singolare e merita di essere ricordata, anche per far capire come in quegli anni la partecipazione al “Giro” fosse aperta a tutti, anche ai più “diseredati” (così infatti venivano chiamati gli isolati) tra i corridori, ai più umili, ai più scalcinati improvvisatori ed avventurieri che pure trovavano sulle strade della penisola il loro quarto d’oro di piccola celebrità.
Antonio Giovinale nasce nel 1894 a Baranello e non a Maranello, provincia di Modena e sede della Ferrari, come qualche poco avveduto storico ha scritto tempo fa. Baranello è un piccolo ma incantevole borgo molisano, a sud-ovest di Campobasso, con circa tremila abitanti, situato all’altitudine di 610 m slm, in cima ad una collina che domina la valle del fiume Biferno.
Giovinale è un contadino figlio di contadini. Il suo orizzonte è limitato dai terreni da coltivare, con fatica e sacrificio, dall’alba al tramonto. Dura la vita da quelle parti, soggetta ai capricci della natura ed ai voleri dei latifondisti. Per molti è meglio emigrare che rimanere e vivere di stenti. Ma, per fortuna, qualcuno non si arrende ed ancora riesce a sognare.
La leggenda vuole che un giorno di maggio, forse del 1922 o del 1925, Giovinale sia nel suo campo a zappare quando in lontananza vede una nuvola bianca sollevarsi ed avvicinarsi sulla strada. Senza paura, lascia la zappa e corre a vedere cosa stia accadendo: presto detto, sta passando il Giro d’Italia. D’altra parte in quelle lande sperdute, a cavallo di Abruzzo e Molise, il Giro ha già scritto pagine memorabili: il Piano delle Cinque Miglia (dove Girardengo si ritirò sfinito nel 1921) ed il mitico Macerone non sono poi così lontani da Baranello.
A Campobasso nel 1913 lo stesso Girardengo colse il suo primo importante successo della carriera nella tappa del “Giro” partita da Bari.
Giovinale rimane come folgorato da quella visione: sarà stato forse lo stile impeccabile di Binda, la maglia tricolore di Girardengo, l’eterno sorriso di Belloni, la moltitudine caotica della carovana ma Giovinale decide di correre in bicicletta. Nonostante i suoi trent’anni, deriso da molti ma con un grande sogno nel cuore, decide di disputare il Giro d’Italia.
Vero è che sin da bambino aveva imparato ad andare in bicicletta, cimentandosi pure in qualche garetta locale ma poi i pressanti impegni agricoli, accomunati al problema di sbarcare il lunario, lo avevano fatto desistere. Ma abituato alla fatica, dotato di un fisico erculeo ed a scapito di grandi sacrifici, nonostante una sordità quasi totale, Giovinale nel 1927 si reca a Milano e, col numero 226 sulla schiena, parte insieme agli altri 266 concorrenti per il Giro d’Italia.
Non può certo competere con i migliori ma si fa notare, soprattutto quando la strada s’impenna: Alfredo Binda in persona lo soprannomina mostro delle salite, non si sa con quanta ironia, vedendolo in azione. Quell’anno poi la corsa fa tappa proprio a Campobasso dove vince il fenomenale Binda. Ma, pur giunto staccato dai primi, è Giovinale il più acclamato dalla folla che lo porta in trionfo per il corso principale e si accalca il giorno seguente alla Casa della Scuola per vederlo premiato dal Podestà con un orologio d’oro.
E’ lui poi il più festeggiato nel fastoso ricevimento tenuto per tutta la carovana nel salone del Caffè Milk. Inoltre Giovinale non è poi così sprovveduto: termina comunque il Giro, sia pure 71° e ad oltre 15h da Binda. Un’impresa da non sottovalutare perché i ritirati sono ben 186, il 70% dei partiti. Dunque una bella prova di resistenza ed abnegazione anche se non proprio di classe pura.
Il girino-contadino non si ferma qui, nonostante in molti gli consiglino di lasciare la bicicletta e tornare a zappa ed aratro: galvanizzato dall’entusiasmo dei suoi conterranei, non lascia ma raddoppia.
La stagione seguente, a 31 anni, lo vede piazzato, anche se lontano dai primi, sia alla Milano-Sanremo (41°) che nuovamente al “Giro” (118° su 124 classificati) dove invece si ritira nel 1929 quando però chiude al 17° posto la “XX Settembre”, una prestigiosa classica dell’epoca. Dunque se Giovinale, strappato ai campi, è stato girino un po’ casuale nella seconda meta degli anni Venti, lo è stato comunque nell’accezione più vasta e completa del termine, come il perfetto paradigma del corridore sconosciuto e “diseredato” che con infinita passione, smisurato coraggio e sconfinata abnegazione prende il via della nostra massima competizione a tappe per spirito di emulazione e per poter dire un giorno a tutti “c’ero anch’io”.
Ma, lui come tutti gli altri girini sconosciuti, merita di essere ricordato proprio per questa sua enorme volontà di partecipazione e di appartenenza ad un grande happening, il desiderio di vivere il sogno ciclistico a tutti i costi, senza grandi aspettative e soprattutto senza chiedere niente in cambio se non un applauso ed un evviva.
Antonio Giovinale, per quanto festeggiato ed omaggiato dai suoi concittadini per i ripetuti exploit, rimase poco a Baranello.
Già nei primi anni Trenta si trasferì infatti negli Stati Uniti, al pari di molti suoi conterranei, in cerca di condizioni sociali migliori. Per qualche anno, forte della sua esperienza al “Giro”, continuò saltuariamente a gareggiare, soprattutto su pista. Si fece vedere perfino alla Sei Giorni di New York dove incontrò Primo Carnera. Poi si trasferì a Cleveland, nell’Ohio, dove morì nel 1976, all’età di 82 anni. Rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo del Giro d’Italia come il girino-contadino.
Si ringrazia il Comune di Baranello e Claudio Niro per la grande collaborazione
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