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Gianni Trivellato: giornalista sportivo racconta il suo ciclismo del passato PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Gianni Trivellato: giornalista sportivo racconta il suo ciclismo del passato
pag.02 - I campionissimi Coppi e Bartali: chi il più forte dei due?

 
COPPI E BARTALI 
 
chi il più forte dei due? 
 
di Gianni Trivellato  

 

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Fausto Coppi 

Coppi e Bartali, due grandi campioni del ciclismo. Chi il piu' forte dei due? Difficile, se non impossibile stabilirlo, anche perche' a sfavore di entrambi ha giocato, se cosi' si puo' dire, la seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda Bartali, il conflitto e' scoppiato quando il corridore toscano stava entrando nel pieno della sua maturita' di atleta, e aveva gia' vinto due Giri e un Tour de France, quest'ultimo nel 1938. L'anno successivo il regime gli impose di non partecipare alla corsa transalpina, che avrebbe potuto rivincere, e proprio in quel periodo l'Italia entro' in guerra al fianco di Germania e Giappone.
 
Dieci anni dopo Bartali si prese la sua grande rivincita e nello stesso tempo assunse al ruolo di salvatore della patria, un ruolo che ancora oggi gli viene riconosciuto. Eravamo nel luglio del 1948 e un giovane reazionario sparo' a Togliatti, che era il capo del Partito Comunista, e lo feri' gravemente. Mezza Italia si riverso' nelle piazze e una guerra civile apparve imminente, e a taluni addirittura inevitabile. In una nazione che da poco era passata dalla monarchia alla Repubblica, gli equilibri politici erano ancora molto fragili, una sorta di riedizione in chiave moderna dei guelfi e dei ghibellini.
 
A capo del governo c'era un grande personaggio destinato a diventare immortale nella memoria degli italiani, il trentino Alcide De Gasperi. Raccontano gli storici che De Gasperi telefono' a Bartali, che stava disputando il Tour, e gli chiese di vincere la corsa francese per l'Italia. Il giorno dopo quella telefonata erano in calendario due tappe terribili, la Cannes-Briancon e la Briancon-Aix les Bains. In queste due frazioni, disseminate lungo il loro percorso di lunghi e difficili tratti in montagna, Bartali sbaraglio' tutti e grazie a queste imprese avrebbe poi vinto definitivamente la corsa in giallo.
 
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Gino Bartali 
 
In Italia avvenne una sorta di miracolo: le minacciose manifestazioni di piazza si trasformarono in gioiosi cortei inneggianti a Bartali e al tricolore. In poche parole succede che l'Italia intera esulta, dimentica le tensioni politiche, gli odi di parte, i rancori e l'incubo di una guerra civile svanisce. Democristiani e comunisti vanno a braccetto per le strade acclamando Bartali e cantando cori contro i francesi. Sembra la fantasiosa trama di un film e invece e' pura realta'. Ho avuto modo di conoscere Bartali nel corso di alcuni Giri d'Italia degli anni ottanta.
 
Impetuoso e tracimante energie come lo era stato in sella ad una bici, cosi' si dimostrava anche come suiver, seguendo la corsa come testimonial di una grossa azienda che produceva bibite rinomate. Guidava personalmente l'auto e si dimostrava abilissimo nella guida, nonostante gli anni che portava sulle spalle, settanta o giu' di li'. Magni nei suoi racconti ha sempre dato di Bartali un'immagine quanto mai calzante: un uomo che non aveva mai ne' freddo ne' caldo, ne' sete ne' fame, che non era mai stanco e che era difficile far zittire.
 
Ma come avrei potuto io, semplice giornalista di provincia, far tacere un mitico personaggio come il Ginettaccio? In effetti una domanda che mi premeva a livello di curiosita' l'avrei avuta, e chiedergli cioe', una volta instauratasi una certa confidenza, se quella famosa borraccia fosse stato lui a chiederla al Fausto o viceversa. Non ne trovai mai il coraggio ed ora debbo affidarmi, come del resto dobbiamo fare tutti, alle memorie di Magni, secondo il quale sarebbe stato Coppi a chiedere a Bartali di potersi dissetare con la borraccia del suo amico-avversario, dal momento che aveva terminato di bere tutta la propria acqua.
 
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La famosa foto della borraccia
fra Coppi e Bartali  
 
Avversari in corsa, ma grande amici nella vita. Ricordo che parlandomi di Coppi il toscanaccio dall'aspetto e dal piglio ruvido, un uomo che brontolava sempre e comunque, dimostrava in realta' di avere un cuore grande e tenero. Era in realta' un gran romanticone che al giorno d'oggi farebbe una gran fatica a integrarsi sia nel mondo del ciclismo che in quello di una societa' ben diversa da quella di trenta o quarant'anni fa. E ben piu' a ragione di quei tempi, andrebbe ripetendo che ''gli e' tutto sbagliato, gli e' tutto da rifare''! Una frase del suo intercalare rimasta celebre e che contrassegnava la sua verve polemica. Da questo punto di vista Coppi era caratterialmente l'esatto contrario.
 
Quasi timido, comunque riservato, misurato nelle parole anche nelle interviste seguite alle vittorie piu' eclatanti, difficilmente si lasciava andare alle polemiche. Cresciuto in una famiglia di umili origini, Coppi aveva imparato a lottare fin da giovane quando, poco piu' che ragazzino, dovette andare a lavorare come garzone di salumeria. Ben presto pero' si mise in luce come ciclista tanto da riuscire a vincere come giovane professionista il suo primo Giro nel 1940. Come per Bartali, anche per Coppi la guerra segno' una drastica interruzione della sua attivita' ciclistica, che per fortuna riprese a grandi livelli una mezza dozzina di anni dopo.
 
Nell'elenco dei suoi trionfi vi sono ben cinque Giri d'Italia e due Tour ed e' stato il primo corridore a vincere nello stesso anno la corsa italiana e quella francese. Talmente forte il corridore piemontese, che in una corsa stacco' di quasi un quarto d'ora il secondo arrivato e alla radio il cronista Mario Ferretti si pronuncio' cosi' dopo il vittorioso arrivo di Fausto: ''Ed ora amici radioascoltatori, in attesa degli altri corridori, trasmettiamo musica da ballo".
 
Lo stesso Ferretti, sempre alla radio, quando era in collegamento in qualche tappa del Giro o del Tour, annunciando l'arrivo del campionissimo, faceva fremere i petti degli italiani con una frase ugualmente passata alla storia e urlata a piena voce: ''Un uomo solo al comando, la sua maglia e' biancoceleste... il suo nome e' Fausto Coppi!!!'' Rimescolando tra questi ricordi, non tutti vissuti in prima persona, (sono anzianotto ma non ancora un vero e proprio...vegliardo), e grazie comunque ad esperienze dirette, mi pare di poter dire che il ciclismo ci ha regalato in passato degli autentici personaggi, legati a filo doppio con le sorti della societa' in cui sono cresciuti e in cui si sono quasi sempre riconosciuti.
 
Senza affidarmi ad un ciclismo eroico che oggi non c'e' piu' e nemmeno potrebbe piu' esistere, mi richiamo ad uno sport che dagli atleti, grandi e meno grandi, veniva vissuto in ogni caso, oltre che con una necessaria dote agonistica, anche con una convinta adesione allo spirito semplice e all'entusiasmo di chi questo sport segue per passione assiepando ogni volta i margini delle strade, in pianura come in montagna. Tempi in cui il soldo, il quattrino, il cosidetto vil denaro, veniva sicuramente in seconda battuta dopo il generoso e convinto impegno agonistico. E allora poteva esistere, e godere della propria umilta', un corridore come Malabrocca, capace di indossare senza vergogna una maglia nera che era il simbolo dell'ultimo classificato al Giro.
 
E poteva esistere un corridore come il padovano Zandegu' che, nelle tappe piu' tranquille, dilettava compagni ed avversari con barzellette e canti. Sempre ovviamente pedalando. A parte l'ultimo classificato di turno, vi immaginate oggi un Petacchi o un Nibali che intonano in gruppo uno dei tanti successi di Morandi? Ma cerchero' di approfondire quanto prima questo delicato confronto con il passato. (continua) - diamo appuntamento ai nostri appassionati alla prossima pubblicazione dal nostro corrispondente Gianni Trivellato


 
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