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Tour de France 2011
ALLA CONQUISTA DEL GALIBIER
“EROICI” ITALIANI E FRANCESI
RIEVOCANO LA LEGGENDARIA
IMPRESA DI EMILE GEORGET DEL 1911
di Paolo Borelli e Mario Labadessa
Foto da sx: Il francese Paul Baruzzo e l'italiano
Cristian Cappelletto
Valloire (Francia) 22 luglio 2011. “Bon courage!” questo l’incitamento che di solito ricevono i corridori del Tour de France all’inizio di una tappa. Un modo di dire difficilmente traducibile con uno equivalente in italiano. In quel courage sono compresi termini come buona fortuna, buon viaggio e ovviamente coraggio sportivo.
Di sicuro quest’ultimo non è mancato ad un drappello di eroici italiani e francesi che hanno celebrato il centenario della prima ascesa del Col du Galibier, entrato nella leggenda del Tour proprio il 12 luglio 1911 quando vi transitò in testa Emile Georget durante la Grenoble-Nizza vinta da François Faber, mentre il successo finale in quella Grand Boucle andò a Gustave Garrigou.
Emil Georget (Tour 12 luglio 1911)
Ma facciamo un passo indietro. Dopo il successo del centenario della prima volta del Tourmalet, onorato nel 2010, l’Associazione Etoile d’Argent “capitanata” da Patrick Joret ha voluto riproporre quest’anno la stessa manifestazione scalando una delle salite simbolo del ciclismo, che ha visto imprese straordinarie di campioni come Bartali, Coppi, Bahamontes, Gaul, Merckx, Zoetemelk, Ocaña, Pantani e, proprio giovedì scorso, quella di Andy Schleck.
Patrick Joret
Joret, con la collaborazione di un altro grande appassionato di ciclismo d’epoca quale Paul Baruzzo, ha chiamato a raccolta nella località di Valloire, posta proprio ai piedi del Galibier, una trentina di velocipedisti.
Tutto questo grazie al patrocinio dell’amministrazione comunale locale, con lo scopo di valorizzare il comprensorio turistico della zona, oltre a sostenere la ricerca relativa alla distonia, una grave patologia che colpisce l’apparato motorio.
Nella piazza della cittadina alpina è stata allestita una bella mostra foto sulla storia delle tappe che vi sono transitate e di velocipedi compresi tra l’inizio secolo e il 1915, gli stessi che l’indomani avrebbero risalito gli aspri tornanti del Galibier. Molto ammirata una Labor con la forcella ad un braccio solo, compensata da un unico carro posteriore contrapposto.
Come era tradizione dei tour storici, i ciclisti francesi si sono poi radunati tutti in un ex collegio, trasformato oggi in “gite”, ossia un alloggio per viandanti, dove sono stati raggiunti da una nutrita pattuglia di italiani.
Tra loro due celebrità del ciclismo eroico italiano quali Luciano Berruti e Cristian Cappelletto, ai quali si sono aggiunti Paolo Borelli, Alberto Boschi e Fausto Delmonte rappresentanti dell’Unione Velocipedistica Parmense, i due modenesi Paolo e Tiziano Cavazzuti e i lombardi Renato Baccanelli, Maurizio Cavalleri e Mario Lampugnani.
Ma è chiaro che a questa agguerrita equipe tricolore aveva bisogno di un “commissario tecnico” oltre che di un press agent. Ruolo al quale si è prestato con entusiasmo il nostro direttore Mario Labadessa, ben coadiuvato dal fido Giuliano Calore.
Cena e poi tutti a letto presto perché l’indomani, come avveniva per i giganti della strada ma come talvolta avviene anche per i corridori attuali, la giornata si preannunciava lunga e difficile. Il venerdì, giorno nel quale i professionisti avrebbero corso la Modane-Alpe d’Huez, passando proprio su queste strade, gli “eroici” hanno raggiunto di buon’ora la piazza di Valloire.
Qui li attendevano le autorità cittadine che hanno sottolineato il valore della manifestazione, mentre lo speaker ufficiale ha presentato ad uno ad uno i partecipanti strappando loro qualche battuta sulle biciclette, sull’abbigliamento e sugli accessori, quali ad esempio borracce o fiasche, senza riuscire ad appurare se all’interno vi fosse del buon vino di Borgogna o acqua fresca di sorgente.
Poi finalmente, quando il campanile dell’Eglise Notre Dame de l’Assomption ha battuto le dieci è stato dato il via, non prima di un “riscaldamento” costituito da tre giri intorno alla chiesa stessa, in verità più utile a fotografi e operatori delle diverse reti televisive che hanno seguito l’evento, per riprendere la parata degli eroici, corroborata dalla presenza di alcune graziose damigelle in abiti della Belle Epoque.
Subito per le vie di Valloire scrosciano gli applausi di un pubblico già numeroso e in postazione per attendere il passaggio di Cadel Evans e compagnia. Il sostegno degli spettatori fa bene, perché ad attendere le non certo leggere macchine di inizio Novecento ci sono diciassette chilometri, ma soprattutto 1250 metri di dislivello. Appena fuori dal centro abitato, le pendenze si fanno subito rudi.
Qualcuno cerca di fare selezione, ma nonostante ognuno rechi sulla schiena il dossard, ossia il numero fermato alla maglia di lana da quattro spille da balia, l’intento è quello di mantenere unito il peloton. Tattica che agli italiani, alcuni dei quali non proprio in grande forma, va benissimo!
Si susseguono chilometri e tornanti e gli incitamenti, i bravò, gli allez les gars, ossia i “forza ragazzi”, si sprecano. Purtroppo, da parte dei transalpini meno preparati, già staccati sulle prime rampe del Galibier, abbiamo dovuto assistere a qualche disdicevole episodio del classico bidon collé, alla lettera “borraccia incollata”, ossia ad un finto passaggio di acqua da parte del direttore sportivo, che in verità nasconde il traino da parte dell’autovettura o di un eventuale motociclo al seguito.
Scherzi a parte, tutti si sono ritrovati insieme a quota 2340, proprio presso la curva posta a quattro chilometri dalla vetta, dove nel luglio di tredici anni fa avvenne il celeberrimo scatto di Marco Pantani, allungo che lo portò alla vittoria di quel Tour. Non una sosta casuale, dunque, ma un’autentica inaugurazione di una stele in memoria del mitico “pirata” e di quel giorno. Un monumento voluto dalla Fondazione Marco Pantani e in primis da Sergio Piumetto di Pantani Channel con la collaborazione dell’intera comunità di Valloire.
Commemorazione degli Eroici sul Galibier al momumento
dedicato al grande campione Marco Pantani da Sergio Piumetto (Pantanichannel.it)
Poche ma significative le parole del sindaco del capoluogo che ha ringraziato tutti i presenti e ha sottolineato il valore della memoria di chi ha saputo dare fama a questi luoghi grazie alle proprie imprese sportive. Giusto il tempo di respirare e poi via di nuovo, in marcia per l’ultimo tratto, costantemente segnato dai tipici paracarri bianchi e gialli che recano la distanza dalla cima e la percentuale della pendenza, qui mai inferiore al nove percento. “Volata” finale di fronte al tunnel e non allo scollinamento, perché oggi anche la corsa dei professionisti transita dalla galleria, di fronte alla quale gli agenti della Gendarmerie fanno buona guardia.
Solo alcuni “temerari”, tra cui i velocipedisti parmensi, si sono arrischiati al valico, superando un ultimo chilometro da vertigine.
Il primatista mondiale di ciclismo estremo Giuliano Calore
sul Galibier con Sarah una bellissima gendarme di Marsiglia
Poi nuova vertigine, la discesa: una picchiata velocissima che solo pochi, vista la precarietà di alcuni apparati di frenatura delle bici storiche, si sono fidati a fare. Tempo di ristoro e di una musette con la classica baguette francese e qualche generoso calice di rosso.
Poi tutti ad attendere il passaggio della corsa e, per la gioia dei nostri cugini d’oltralpe, della maglia gialla Thomas Voeckler. Maglia che ahinoi perderà proprio al termine della tappa. Ad ingannare l’attesa ci pensa la lunghissima teoria degli stravaganti mezzi della carovana pubblicitaria che diffondono allegre note per la vallata e dai quali avvenenti miss lanciano gadget e campioni di prodotti di vario genere. Finalmente, annunziati dal rombo delle pale degli elicotteri che danzano nell’aria, arrivano i nuovi eroi delle due ruote.
In fuga, anche lui en danseuse, c’è il grande Alberto Contador accompagnato dal più giovane degli Schleck, che sull’Alpe d’Huez conquisterà il giallo simbolo del primato, nonostante la vittoria sul traguardo che primo fu di Fausto Coppi nel 1952 della giovane speranza francese Pierre Rolland.
Indimenticabile, così come questa giornata dal cielo sereno, ricca di emozioni vissute in un continuo travaso tra passato e presente come piace a noi, sotto un sole sfolgorante, tra le rughe di un asfalto annoso che ha da tempo sostituito ciottoli e ghiaia, ma che non ha perso il suo fascino, e le severe cime delle Alpi ancora innevate che sembrano scrutare chi sale e decidere poi se concedergli il lasciapassare o meno.
Per gli eroici, non ce n’è stato bisogno, forse avevano un viatico speciale, quello concesso da quei titani della strada che rispondono al nome di Garin, Trousselier, Petit-Breton, Lapize, Thys, Péllisier, del “nostro” grandissimo Ottavio Bottecchia, e che forse occhieggiano ancora di lassù, fra le cuspidi rocciose di quel gigante chiamato Galibier.
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