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I Girini sconosciuti
a cura di Giampiero Petrucci
La nostra redazione, in collaborazione con Giampiero Petrucci, il noto storico di ciclismo, dato l'avvicinarsi del Giro d'Italia, decide di dedicare un'apposita rubrica ai girini più sconosciuti, riprendendo ed ampliando quanto apparso sul fortunato libro W tutti (edito da Bradipolibri) che sta avendo un grande successo editoriale nonchè recensioni entusiaste.
Alfredo Binda, nato l’11 agosto 1902, incarna l’eccellenza ciclistica in tutti i suoi aspetti e non può che suscitare sconfinata ammirazione in chiunque decida di accostarsi alle sue dinamiche esistenziali, tipiche di un grande uomo prima ancora che di un inarrivabile atleta.
Video: Binda vincitore del Giro d'Italia del 1927
Binda, in maglia rosa, strappa con i denti un tubolare bucato.
L’immaginario di un contemporaneo cultore del ciclismo e della sua poesia resta stupefatto, confrontandosi con il nobile palmarès del campione di Cittiglio. Paradossalmente, ciò che ha attirato la mia attenzione è stata una defezione, presente nell’interminabile elenco di trionfi conseguiti da Binda. L’apparentemente inspiegabile carenza riguarda l’assenza di affermazioni finali al Tour de France, a cui Alfredo prese parte una sola volta. Ma come può, un fuoriclasse di questo livello, non aver conquistato la corsa a tappe francese?
Cartolina celebrativa dei tre successi ai Campionati mondiali.
Proprio da questo interrogativo, parte la mia narrazione dell’unico Tour de France a cui partecipò; infatti, soffermandosi sulle vicende della competizione del 1930, si potranno cercare di comprendere le cause di questo inspiegabile punto debole, presente nella monolitica carriera del “re della montagna”. Concentrando l’attenzione sulle motivazioni dell’unica partecipazione del campione italiano alla Grande Boucle, sarà possibile penetrare anche la modalità con cui il nostro ciclismo ha, per molti anni, approcciato la competizione transalpina. Anche Alfredo Binda ha dovuto sottostare ad usi e costumi assai opinabili, che hanno fortemente condizionato i risultati sportivi di molti grandi corridori.
Alfredo Binda in azione durante la Milano-Sanremo del 1929.
Nel 1930, dopo essere stato pagato dagli organizzatori del Giro d’Italia per non gareggiare nella corsa a tappe italiana, Binda decide di partecipare, per la prima volta, al Tour de France. Il fuoriclasse varesino, quando parte per la rassegna transalpina, ha già conquistato: 4 Giri d’Italia, 1 titolo mondiale (che bisserà proprio nel 1930), 4 titoli di Campione Italiano, 3 Giri di Lombardia, 1 Milano-Sanremo.L’organizzazione del Tour 1930 prevedeva la suddivisione dei partecipanti in squadre nazionali (fu la prima edizione in cui venne applicata questa regola). Il 2 luglio la compagine italiana – composta da: Binda, Belloni, Pancera, Piemontesi, Guerra, Frascarelli, Felice Gremo e Marco Giuntelli – si presenta alla partenza della competizione.
La II tappa Caen-Dinan vede trionfare Learco Guerra e al secondo posto registra l’arrivo di Alfredo Binda (giunto secondo anche nella I giornata di gara), il quale si dimostra molto collaborativo, favorendo la fuga del compagno di squadra. Il 4 luglio, nella III tappa, il campione di Cittiglio coglie la terza piazza d’onore consecutiva, dando l’impressione di potersi proporre come dominatore della corsa francese. A Les Sables d’Olonne Binda si colloca al terzo posto e nella VI tappa si classifica nuovamente secondo, dimostrando una regolarità impressionante. L’8 luglio, durante la VII tappa da Bordeaux a Hendaye, dopo 45 km dalla partenza Alfredo deve fare i conti con una caduta, che procura un problema meccanico ad un pedale della sua bicicletta.
A causa di questo imprevisto, il fuoriclasse italiano non riesce ad esibire la sua abituale pedalata e deve fare i conti con una crisi tecnica e fisica. Binda, pur scoraggiato, decide di non ritirarsi ed arriva al sospirato traguardo con 1h 11’ 37” dal vincitore, Jules Merviel. Anche la classifica generale lo vede sprofondare nelle retrovie (49˚ posto) ad 1h 9’ 21” da Guerra. In questo frangente lo spirito del grande campione si manifesta in modo dirompente. Il cittigliese, nell’VIII tappa (Hendaye-Pau) del 9 luglio, coglie un successo in volata, regolando Péllissier e Demuysère. Il giorno successivo è prevista la frazione pirenaica, da Pau a Luchon (231 km).
Dopo essere rimasto al fianco di Guerra (leader della classifica generale) sull’Aubisque, Binda, vedendo il mantovano in grande difficoltà sul Tourmalet, sceglie di smarcarsi dal ruolo di gregario e di scatenarsi. Con la collaborazione di Pierre Magne e Leducq (che vincerà quella edizione del Tour de France) raggiunge e supera Benoit Faure (il fuggitivo di giornata). Infine, giunto agli ultimi metri, il campione italiano vince lo sprint finale, aggiudicandosi la seconda vittoria consecutiva.
Nella seguente giornata di riposo si rincorrono le voci che descrivono un Alfredo appagato e prossimo al ritiro. In realtà il fuoriclasse lombardo si presenta alla partenza della Luchon-Perpignan (12 luglio). Binda transita primo sul Portet d’Aspet (premio di 2000 franchi per la conquista della prestigiosa montagna), ma nella discesa si verifica la rottura di un bullone del tubo reggisella della bicicletta dell’atleta italiano. Alfredo Binda torna in sella e, dopo un inseguimento di 45 minuti, si ricongiunge al gruppo dei migliori e scollina secondo sul Col de Port. Nella successiva discesa si ripropone lo stesso problema meccanico e poco prima della salita del Puymarens è costretto al ritiro.
Molti anni dopo, il campione di Cittiglio dichiarò di aver sottoscritto un accordo con Desgrange, patron del Tour de France. Il “contratto” prevedeva un cospicuo ingaggio per Binda, il quale avrebbe dovuto terminare anticipatamente la sua esperienza alla Grande Boucle. Alfredo rivelò anche che il guaio meccanico occorsogli era stato premeditato, infatti lo stesso corridore aveva allentato il dado reggisella.Nell’esperienza francese di Alfredo Binda si mescolano vari interessi: commerciali, dettati dalla italiana Legnano; organizzativi, incarnati dall’accordo proposto da Desgrange; puramente economici, a cui il campione italiano ha ceduto.
Il fatto che uno degli autentici dominatori del ciclismo non abbia concluso la corsa del ’30 e comunque non sia stato protagonista della storia del Tour de France è una assurda distorsione dei valori sportivi sanciti dalle competizioni sportive di quegli anni. Questo episodio non è semplice da decifrare. Credo sia importante esserne a conoscenza per comprendere le dinamiche ciclistiche in tutte le loro molteplici sfaccettature.
Anche se eventi di questo tipo macchiano indelebilmente l’incanto delle due ruote, le quali, seppur in una dimensione probabilmente onirica, dovrebbero essere le sole a stabilire gli ordini d’arrivo