Campioni Eroici OTTAVIO BOTTECCHIA 1924-1925: Botescià, l'uomo del giallo di Carlo Delfino e Giampiero Petrucci Bottecchia in corsa al Tour de France Il giallo è il colore del mistero. Nella storia del nostro ciclismo un corridore su tutti può essere definito “l’uomo del giallo”. Non solo per i molti “segreti” e le atipicità che accompagnano la sua carriera,ma soprattutto per essere stato il primo italiano nella storia ad aver indossato la maglia gialla ed aver vintoil Tour de France, addirittura cogliendo il bis in due anni successivi: impresa, quest’ultima, mai riuscita a nessun altro atleta del nostro paese. Stiamo parlando di Ottavio Bottecchia, un nome ed un cognome che rimangono impressi come colpi di mazza.
Ottavio Bottecchia vittorioso a fianco di Lucien Buysse Nato al confine tra Veneto e Friuli, pordenonese d’adozione, Bottecchia “esplode” a sorpresa nel 1923, a 28 anni suonati, dopo una giovinezza difficile, vissuta con umiltà e sacrificio, tra diversi mestieri saltuari e faticosi (calzolaio, muratore, carrettiere). Ma con un’unica, grande passione: la bicicletta. Bottecchia è uno dei tanti “isolati”, un “pedalatore della domenica” talmente scalcinato da avere i tubolari tenuti insieme con il nastro isolante. Ma, come diceva Binda, per pedalare “sono necessarie le gambe”. E Bottecchia dimostra di possedere due stantuffi: nel “Lombardia” del 1922, la prima corsa di spessore alla quale partecipa quasi per caso, giunge ottavo e viene notato da Ganna che gli dà fiducia, fornendogli, con il materiale della sua “casa”,la chance della vita. Bottecchia in fuga sulle Alpi Bottecchia ci prova, con tenacia e convinzione: nella “Sanremo” guadagna tra lo stupore generale (è ancora uno sconosciuto) le 500 lire del GPM sul Turchino, sopravanzando campioni famosi come Bellonie Girardengo. Al traguardo è nono ma non raccoglie molti consensi. Bruno Roghi, prestigioso giornalista della “Gazzetta”, si chiede infatti parlando del suo potenziale atletico futuro: “Come si fa a scalare l’Olimpo e chiamarsi Bottecchia?”. Quando si corre il Giro, l’italiano Aldo Borella, uomo di ciclismo residente a Parigi, è inviato della celebre squadra “Automoto” a caccia di assi da portare al “Tour”. Borella, dopo i rifiuti dei blasonati Girardengo e Brunero, è “costretto” ad ingaggiare Bottecchia che si distingue in salita, chiude quinto a Milano ed è primo tra gli “isolati”. Tuttavia Ottavio è accolto con malcelato scetticismo a Parigi.Alphonse Baugé, smaliziato ammiraglio di mille eroiche battaglie ciclistiche, vedendo la scelta di Borella, si lascia scappare una frase storica che sarà poi anche inopportuna: “Per aspettare questo qui, faremo tardi la sera”. Bottecchia primo sul Turchino davanti a Belloni nella Milano-Sanremo del 1923 In effetti Bottecchia non ha il phisique du role: magro, dimesso e timido, quasi sciatto, un naso da avvoltoiosu un viso aguzzo, non sembra proprio possedere le stimmate del fuoriclasse. Ma Ottavio in sella si trasforma: nella prima tappa va in fuga e giunge secondo a Le Havre, nella seconda stacca tutti sulla cote cheporta al traguardo di Cherbourg ed indossa la maglia gialla! I francesi, per primi i dirigenti dell’Automoto,sono attoniti; gli italiani (che seguono il “Tour” sui giornali) si chiedono da dove sia uscito questo nuovo e misterioso fenomeno. Tanto non dura, si dicono in molti. Invece Bottecchia brilla pure sui Pirenei e Henri Pelissier, suo prestigioso “capitano” e destinato al ruolo di primattore, inizia a preoccuparsi. Una fringale,provocata da strani e sospetti dolori di stomaco, mette fine al sogno del “muratore friulano”: Botescià (come lo chiamano i transalpini storpiando il suo cognome) cede sulle Alpi, tra Allos ed Izoard. Perde la maglia gialla, ma a Parigi mantiene la seconda piazza, alle spalle dell’immaginifico Pelissier. E’ nata, dal niente, una stella? Difficile dirlo. Tornato in Italia, Bottecchia si mantiene ai margini del podio: raccoglie infatti un deludente quarto posto nel “Lombardia” di Brunero.  Bottecchia prima della corsa posa per i fotografi Ma nel 1924 ogni scettico è zittito. Anonimo nelle classiche di primavera, assente al Giro, Ottavio è strepitoso al “Tour”, sin dalle prime battute. Botescià è imbattibile e compie una prodezza assoluta: vince la prima tappa in volata e tiene la testa della “generale” fino a Parigi! Sui Pirenei, quando i fratelli Pelissier (capita l’antifona) si sono ritirati da un pezzo, Bottecchia si esalta: nel tappone Bayonne-Luchon (con Aubisque, Tourmalet e Peyresourde) stacca tutti sin dalla prima asperità e dopo quasi 150 km di fuga solitaria giunge al traguardo con quasi venti minuti di margine. Vince anche a Perpignan e pure al Parco dei Principi, chiudendo la “grande boucle” con 35’ sul secondo classificato, il valido lussemburghese Frantz.I francesi, Desgrange per primo, lo ammirano e lo rispettano. Gli italiani si chiedono dove sia l’inghippo:come può un corridore stracciare tutti in Francia e deludere in Italia? Il mistero continua ad alimentare le discussioni dei tifosi.  Bottecchia dopo una tappa del Tour de France L’anno seguente stesso copione. Primavera deludente, estate fenomenale. Bottecchia rivince a Le Havre,stavolta in solitario, volando in pianura a 40 all’ora, dimostrando a tutti di avere pure buone doti di passista.Nella terza frazione, quando l’outsider Benoit indovina la fuga giusta, il friulano tira i remi in barca e gli lascia volentieri la maglia gialla. A Bayonne si riprende il primato ma sull’Aspin, in una giornata tempestosa,con il fango che si appiccica alle ruote, va inaspettatamente in crisi e Benoit si riveste di giallo. Chi già intona il de profundis, non ha tempo nemmeno per concludere il suo improvvido ragionamento: nella tappa seguente, un’altra passeggiata di 320 km su e giù per i Pirenei, sotto la pioggia, Bottecchia si scatena sul Puymorens e poco importa se nel finale viene superato da Frantz. Il primato è nuovamente suo. Altra prodezza sulle Alpi Marittime, nella Tolone-Nizza, quasi a ringraziare i molti italiani che hanno sconfinato per applaudirlo: sul temibile Braus attacca come un forsennato, aggredendo la strada col suo stile un po’sgraziato ma da grimpeur irrefrenabile. Solo il compagno Buysse, un coriaceo fiammingo che non molla mai, gli resiste. I due affrontano Boucle de Sospel, Castillon e Turbie con il piglio dei dominatori assoluti e Frantz precipita a 27’. Anche Vars ed Izoard stavolta sono amici: mentre Bartolomeo Aimo, un solido piemontese che Hemingway citerà in “Addio alle armi”, vince a Briancon, Bottecchia guadagna altro terreno su Frantz il quale poi cede di schianto sull’Aravis. A Parigi trionfo assoluto per l’Automoto: Buysse è secondo a 54’, l’ottimo Aimo terzo a 56’. Bottecchia in fuga sulle Alpi al Tour de France Ottavio è all’apice della carriera. Ricco e famoso, abbellisce la sua casa, compra una Limousine di lusso,si gode il benessere dopo anni di stenti. Le solite male lingue dicono che sperperi qualche soldo di troppo,in feste e baldorie, con l’amico fraterno Piccin e le immancabili vampire. Ma sono illazioni da gossip:Bottecchia vince, con Girardengo, anche il “Provincia di Milano”, cronometro a coppie antesignana del “Baracchi”, e va in tournée in Sudamerica dove è festeggiato con grandi onori dai nostri molti connazionali. Ma qui cominciano i misteri. Già la carriera di Bottecchia ha i contorni del “giallo”, reale od apparente:due “Tour” vinti, 34 “maglie gialle” indossate, una singolare esplosione agonistica sulla soglia dei 30 anni,un’inconsueta e sbilanciata differenza tra le affermazioni parigine e le contraddittorie prove italiane, un sogno avveratosi quasi come un miracolo. A completare il quadro giunge un declino altrettanto improvviso e misterioso. Il 1926 inizia con una grana di non poco conto: Bottecchia non divide con i compagni di squadra i premi in denaro guadagnati nel “Tour” dell’anno prima. L’Automoto non gliela perdona, francesi e belgi attendono il momento propizio per la vendetta. Le solite delusioni primaverili stavolta non sono foriere di un’estate vincente. Ottavio Bottecchia, detto dai francesi Botescià (storpiando il suo cognome) Nelle prime tappe del “Tour” Bottecchia fora a ripetizione ed i compagni lo lasciano solo come un qualsiasi touriste-routier. Perde ben 45’ e nel tappone pirenaico, dopo uno sterile attacco,precipita nelle retrovie. Stanco e sfiduciato, in debito non solo con i compagni ma anche con la sorte, sulle montagne che lo avevano lanciato tra i campionissimi, affronta il suo calvario: sull’Aspin si ritira e la sua uscita di scena ha il fragore di un lampo a ciel sereno. Unico, affascinante, singolare, stordente e, soprattutto,misterioso. Il quarto posto nel “Lombardia” (che il nuovo fenomeno Binda vince mezz’ora di margine)rappresenta il suo ultimo risultato degno di nota.Di lui si parla come di un corridore finito. Un primo piano di Ottavio Bottecchia Ma, con la solita costanza, nel 1927 riprende ad allenarsi ed a correre. Il mistero però si infittisce, il “giallo” acquista i contorni del thriller. Nel finale della Bordeaux-Parigi, già attardato, scende improvvisamente di sella, la testa tra le mani, spaurito e confuso, lo sguardo assente nel vuoto. Per alcuni minuti balbetta, ovviamente si ritira. Torna a casa, si riposa. Diserta il “Giro”,ma non molla e torna ad allenarsi. Qualcuno si domanda cosa lo spinga ad insistere: i soldi non gli mancano,sulla soglia dei 33 anni potrebbe pure appendere la bici al chiodo. Invece il 3 Giugno parte di buon’ora da casa per un allenamento intorno al Tagliamento. Lo ritrovano nel primo pomeriggio, sdraiato ai bordi della strada, nei pressi di Peonis, in stato di semi-incoscienza, la testa sanguinante. Trasportato all’ospedale di Gemona, muore dopo dodici giorni di coma. Il “giallo” della sua morte perdura ancora oggi, dopo mille indagini ed ipotesi formulate da attenti ricercatori. La copertina di un libro francese dedicata al grande campione eroico Bottecchia Rimane, oltre all’enigma sul suo decesso, l’aspetto tecnico di un corridore dalla carriera atipica: scalatore formidabile, buon passista, strepitoso sui Pirenei, mediocre nelle corse in linea ed anonimo nelle gare italiane. Il mistero non manca nella vita di Bottecchia, il muratore venuto dal nulla, capace di coronare un sogno. Un sogno troppo breve. Breve come un lampo. Un lampo giallo. |