1907, IL DIAVOLO IN CASTIGO A centotre anni dall’edizione numero 3 del giro di Lombardia rievochiamo il personaggio di Giovanni Gerbi vincitore ma poi squalificato per i trucchi messi in atto ai danni dei Francesi. di C.Delfino - G.Petrucci
Sanremo 1907 Gerbi solitario dopo la discesa del Turchino Centotre anni fa, nel 1907, il corridore italiano più popolare si chiamava Giovanni Gerbi. Nato nel 1885 ad Asti, era soprannominato il “Diavolo Rosso”.
Vulcanico ed impetuoso, testardo e generoso, coraggioso ai limiti della temerarietà, machiavellico quanto diabolico anche nelle sue dichiarazioni storiche: “il fine giustifica i mezzi” e “pur di vincere passerei anche sul corpo di mia madre”. Indossava in corsa un vistoso maglione purpureo che lo rendeva facilmente distinguibile dagli avversari, esaltando la sua visibilità tra i tifosi la cui immaginazione venne più volte travolta dalle sue mirabolanti e diaboliche imprese. Le vittorie di Gerbi, sin dagli esordi, non furono mai semplici successi casuali, legati magari ad una tattica utilitaristica. Eccellente fondista, ottimo passista, straordinario combattente ma praticamente “fermo” allo sprint, l’astigiano era costretto a vincere in solitario. Per questo entrò subito nel cuore dei tifosi: sempre all’attacco, incapace di correre al coperto, percorse certamente più chilometri in fuga da solo che in gruppo. foto ritratto di Giovanni Gerbi La sua tattica, come raccontava lui stesso, era semplicema complicata: doveva assolutamente staccare tutti. I suoi trionfi aumentarono esponenzialmente la sua fama, ben sorretta da giornalisti e “suiveurs” che avevano bisogno di un personaggio ai limiti del Mito per promuovere lo sviluppo del nostro movimento ciclistico.Agli inizi del Novecento la bicicletta aveva praticamente vinto la sua lunga e difficile battaglia con il cavallo quale mezzo di trasporto più veloce: le imprese di Gerbi accentuarono questa differenza, lanciando definitivamente il mondo delle due ruote nel nostro paese, sia dal punto di vista agonistico che industriale. Più che il numero delle vittorie, a favore di Gerbi parlano i distacchi inflitti agli avversari. Ventidueminuti nella “Milano-Torino” del 1903 quando, appena diciottenne, in una giornata di pioggia torrenziale, giunse al traguardo talmente in anticipo sull’orario previsto da non trovare neppure issato lo striscione d’arrivo! Ventiquattro minuti nella “Corsa Nazionale” del 1905 (340 km a cavallo tra Piemonte e Lombardia), nonostante una brutta caduta ed una conseguente ferita alcapo che lo costrinse a proseguire la gara insanguinato e fasciato da un turbante, come un fachiro. Quaranta minuti nella prima edizione del “Lombardia”, ancora 1905, dove staccò tutti già a Lodi,approfittando del caos provocato dall’attraversamento dei binari del tram (punto nevralgico che lui aveva appositamente studiato nei giorni di vigilia), arrivando al traguardo dopo ben 200 km di assolo. Quarantadue minuti nel “Piemonte” 1906, quando costrinse gli avversari alla resa sulla salita di Cossato, a 150 km dalla conclusione.Ma fu proprio l’annata 1907, a rendere assoluto il suo Mito. Nella prima edizione della “Milano-Sanremo”, battistrada solitario nella galleria del Turchino, viene raggiunto in Riviera da Garrigou e Petit-Breton, quest’ultimo suo compagno di squadra nella “Bianchi”. Nello sprint finale Gerbi pensa più ai soldi che alla gloria. Poiché Petit-Breton in caso di vittoria è pagato meglio di lui ed i premi verranno divisi, il “diavolo rosso” si mette a sua totale disposizione: all’ultimo chilometro afferra per la maglia Garrigou, bloccandone l’azione e consentendo a Petit-Breton di filare indisturbato verso il traguardo! Garrigou, furibondo, medita vendetta e la sua squadra (la “Peugeot”) se la lega al dito.  Sulla gazzetta del 6 aprile 1908 giorno successivo alla Sanremo, compare questa fantastica e originalissima pubblicità Peugeot. I Francesi sostengono di non aver corso la Classicissima 1908, appunto, per protesta contro i troppi sotterfugi e i trucchi delle case italiane e in particolare del Diavolo Rosso. Loro, i Francesi, per vincere non avrebbero bisogno di scorrettezze e furbate…. Ma Gerbi domina l’annata in un crescendo esaltante di trionfi: “Giro delle Antiche Province” (130 km di fuga, 22’ di vantaggio), “Corsa Nazionale” (scatto da finisseur a 5 km dall’arrivo), “Coppa Savona” (lanciato dal Colle di Cadibona), “Milano-Firenze” (assolo prorompente sulla Raticosa) e soprattutto “XX Settembre” (460 km da Roma a Napoli e ritorno,Ganna e Galetti staccati sulla salita di Itri) vedono il suo maglione rosso primo al traguardo, con gli avversari annichiliti dal suo strapotere.Ma la torta non è completa senza la ciliegina. La stagione, come già consuetudine, si chiude con il “Lombardia” del 3 Novembre. Tutti aspettano Gerbi, anche Garrigou che cerca la rivincita del torto sanremese. L’impavido “diavolo rosso” si erge a paladino del ciclismo italiano nei confronti dei francesi che, da tempo, fanno la voce grossa, con la solita spocchia ed un pizzico di malcelato senso di superiorità. Stampa e tifosi alimentano la sfida, gettando benzina sul fuoco. Nei giorni divigilia Gerbi si allena sul percorso a più riprese, ricevendo incoraggiamenti e manifestazioni di affetto che sfiorano l’idolatria. Molti facinorosi assicurano “massima disponibilità” ed il “diavolo” si accorda segretamente con alcuni sostenitori, preparando un dettagliato “piano di battaglia”.Il giorno della gara piove a dirotto. Gerbi attacca subito e rimane presto solo al comando. Venti secondi di margine: vantaggio poco rassicurante, urgono provvedimenti. Tra Legnano e Busto Arsizio si devono attraversare i binari della ferrovia. Gerbi supera il passaggio a livello ancora in testa ed il casellante, suo sfegatato tifoso, chiude subito i cancelli! Gli inseguitori trovano la strada bloccata, non riescono a frenare in tempo e si verifica una caduta generale. Diversi “tifosi”invadono la strada, qualcuno spintona ed offende Garrigou, altri impediscono l’apertura dei cancelli. Organizzatori e “suiveurs” tardano a riportare la calma. Quando i cancelli vengono riaperti,Gerbi ha già 10’ di vantaggio. Inoltre è scortato da alcuni “allenatori” (tra cui il forte mezzofondista Mori) che favoriscono l’incremento della sua andatura. Non contenti, i tifosi seminano una moltitudine di chiodi appuntiti subito dopo il passaggio di Gerbi cosicché nelle retrovie non si contano forature e ritiri. Il battistrada ha via libera e, tra l’incontenibile entusiasmo di una folla straripante (si parla di circa 60.000 persone ai bordi della strada negli ultimi cinquanta chilometri!),dopo 180 km di fuga solitaria, giunge a Milano con 38’ di margine sul mai domo Garrigou.Ma i francesi, “Peugeot” in primis, stavolta non ci stanno. Non possono accettare un simile affronto. Protesta e reclamo sono immediati. Il ciclismo italiano è ad una svolta fondamentale. Per la suacredibilità, per il suo prestigio, per il bene di tutto il movimento e delle manifestazioni, non può lasciare impunito un simile gesto, reiterato e talmente evidente. Gerbi è il Campione assoluto del nostro pedale ma non può passarla liscia. Serve il pugno di ferro. Un esempio che, una volta per tutte, faccia capire come non sia più consentito oltrepassare il limite della sportività. Nei primi anni del XX secolo le gare ciclistiche, anche all’estero, spesso sfuggivano ai controlli dei giudici:trucchi, accorciamenti di percorso, seminagione di chiodi, scie da auto e moto, scorrettezze, erano all’ordine del giorno. Nel “Tour” del 1904 i primi cinque della “generale” (tra cui il mitico Garin)vennero squalificati per i troppi inganni perpetrati in corsa. Gerbi, paradigma delle diavolerie, cade nella rete come un pesce pregiato, gustoso e prelibato.Interrogatori, indagini, discussioni e tentativi di riconciliazione durano tutta la notte. Lo stesso “diavolo rosso”, in un tardivo e grottesco tentativo di salvare la reputazione compromessa,dichiara di essere all’oscuro di ogni macchinazione dei tifosi, rilanciando una sfida immediata ai francesi sullo stesso percorso del “Lombardia”. Ma la Giustizia è veloce quanto inflessibile. La mattina del 4 Novembre la Giuria emette il suo clamoroso verdetto. Gerbi è estromesso dall’ordine d’arrivo, vittoria assegnata a Garrigou! Da un punto di vista regolamentare la decisione non fa una grinza. Ma lascia strascichi imprevedibili: l’UVI decide di inibire Gerbi per due anni! I tifosi sono in tumulto, la ribellione supera ogni previsione. Si susseguono cortei e manifestazioni popolari a difesa del “diavolo rosso”, si aprono petizioni per “ristabilire la verità”, le copie della “Gazzetta” (presa di mira come artefice principale della volontà di punire l’astigiano) vengono date alle fiamme non appena giungono nelle stazioni ferroviarie piemontesi; da più parti si minacciano ulteriori incidenti durante le gare della prossima annata. Niente da fare: nonostante l’accorato movimento di opinione in suo favore, il “diavolo” rimane in castigo. La nuova stagione inizia senza di lui.Ma, a furor di popolo e per evitare peggiori conseguenze, giunge il solito “compromesso all’italiana”, arte nella quali siamo maestri indiscutibili. Nel Marzo 1908 il “castigo” viene ridotto a soli sei mesi ed in giugno Gerbi torna a gareggiare e a rivincere, con qualche incertezza di troppo,gare importanti come “Corsa Nazionale”, “Piemonte” e “Roma-Napoli-Roma”. Ma è il suo canto del cigno e dalla stagione seguente, proprio quando nasce il “Giro d’Italia”, il suo nome inizia a sparire dai primi posti degli ordini d’arrivo.Rimane pero il suo Mito di Campione straordinario, amante dell’iperbole e dell’impresa, incapace di nascondersi nella massa, “fuggitivo” per eccellenza della nostra era eroica. Un atleta dalla potenza smisurata, consumata in una carriera breve ed altalenante rispetto ad altri contemporanei,ma certamente brillante di una luce vivida e sfavillante. Un corridore unico ed irripetibile, i cui trucchi ed inganni, se paragonati a quelli di oggi, regalano un sorriso e lasciano più di un rimpianto.Perché cent’anni fa tutto era diverso, più “naif”, più estemporaneo, più “naturale”, se vogliamo.Non possiamo certo sperare che ritornino i tempi del “diavolo rosso”. Ma che diminuiscano gli inganni, quello sì: lo vogliamo tutti. |