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I Girini sconosciuti
a cura di Giampiero Petrucci
La nostra redazione, in collaborazione con Giampiero Petrucci, il noto storico di ciclismo, dato l'avvicinarsi del Giro d'Italia, decide di dedicare un'apposita rubrica ai girini più sconosciuti, riprendendo ed ampliando quanto apparso sul fortunato libro W tutti (edito da Bradipolibri) che sta avendo un grande successo editoriale nonchè recensioni entusiaste.
Alberto Masi e la bici da pista Ganna costruita nel dopoguerra
dal padre Faliero Masi per il campione Aldo Bini
“Consiste Montemurlo” recita un vecchio manuale in una vaga collina che si avanza quasi isolata nella piana occidentale di Prato, fra l’Agna e il fosso Bagnolo, ultimo risalto dello sperone meridionale del Monte Giavello a braccia trecento metri sopra il livello del mare. “ Qui nacque il 30 luglio del 1915 Aldo Bini, ciclista professionista, conosciuto dai posteri come duca di Montemurlo.
Luigi Chierici storico direttore di “Stadio”
e bartaliano doc così ricordava Aldo Bini:
Aldo Bini
“Bartali è stato grande, ma l’autentico campionissimo del ciclismo sarebbe stato Bini se avesse saputo continuare la breve e splendida carriera da dilettante. Gino era fortissimo anche prima di passare di categoria, ma Aldo gli era superiore in maniera tale da impedirgli sempre, o quasi, di vincere.”
La rivalità con Bartali è testimoniata proprio dallo stesso Gino che ebbe a dichiarare:”Il 1933 è stata la stagione in cui è esplosa clamorosamente la rivalità con Bini. Finì che io facevo la corsa su Aldo e lui su di me senza curarsi degli altri. Nel Campionato Italiano a Padova, ad esempio, fui secondo battuto da Boffo. Per me però fù più importante battere in volata Aldo Bini, terzo all’arrivo.”
Con ottime doti di resistenza ma anche e soprattutto di velocità già nel 1934 a meno di vent’anni Aldo è convocato nel quartetto azzurro della strada per i mondiali dilettanti di Lipsia, in Germania. Nel 1935 e ‘36 è alla Maino dove ottiene 15 vittorie da professionista , dal ‘37 è alla Bianchi dove rimarrà fino al ’40 inanellando una ventina di vittorie.
Dal ’41 è alla Viscontea dove pedala assistito da Faliero Masi: di quest’ultimo apprezza la cura con cui gli elabora e gli prepara le biciclette.Il sodalizio continua animato da origini comuni di terra e di sofferenza esaltata dal pedale, tanto che Faliero approderà a Milano a cavallo del secondo conflitto mondiale trascinato proprio da Aldo: saranno ancora nella medesima compagine sotto i colori della Learco Guerra nel ’49.Indipendentemente dai colori sociali che possono cambiare di anno in anno in relazione ad alleanze e convenienze economiche, la bicicletta rimane, soprattutto in quegli anni, un mezzo assolutamente personale, a maggior ragione se è fatto per correre in pista, dove corpo e macchina fanno un tutt’uno per raggiungere la massima velocità nel momento desiderato.
E’ così che Aldo Bini si affida a Faliero Masi anche per correre in pista e nel dopoguerra il maestro gli rifinisce una bicicletta veramente speciale per gli sprint nei velodromi dove le riunioni sono sempre ben remunerate. La mano dell’artista si vede nei particolari delle congiunzioni, nella geometria del telaio, nell’avancorsa della forcella, nella sua piega e nel suo raggio di curvatura.E’ così che rimane la firma dell’artista, una sorta di calligrafia non riconoscibile dai più: va al di là dei contenuti per sconfinare nel senso dell’estetica unito a principi di semplicità e funzionalità.
Su queste basi il figlio Alberto Masi, uno dei pochi veri artigiani viventi, cultore della bicicletta tradizionale e mai convertito al triste mercato del carbonio, legge oggi un’opera paterna indipendentemente dalle patacche che possono esserci su di un telaio inquinato dal tempo e dalla storia.E’ difficile stabilire bene i contorni dell’incondizionata asserzione “Questa l’ha fatta il mio papà” ma l’affermazione di Alberto è perentoria e passa attraverso una sorta di riflesso condizionato che abbraccia in un secondo il tipo di limatura, le geometrie, l’innesto dei forcellini, quasi a riconoscere un tipo di scrittura familiare, parole paterne sentite mille volte che dicono fai così e non cosà e poi un risultato finale senza mezzi termini: bello o brutto. Nel caso di Faliero era comunque univoco: bello.
Così è per una Ganna da pista nata Masi e fatta a misura per il campione Aldo Bini, battezzato duca di Montemurlo forse anche in virtù di una classe ciclistica riconosciuta da tutti.
“Aldo era un perfezionista per tutto quello che riguardava la bicicletta, anche il percorso delle guaine dei freni doveva essere bello e lineare e la curva non doveva rimanere troppo alta” così lo ricorda Alberto Masi che da bambino a fatto ancora a tempo a respirare quell’aria polverosa di ciclisti d’altri tempi e l’Aldo se lo ricorda molto bene…
La Ganna quindi è una Masi o meglio è una Ganna fatta da Masi , riverniciata con molta probabilità nel ’49 nel reparto corse della Ganna dove Aldo militò da quell’anno per alcune stagioni: la bici venne costruita da Faliero qualche anno prima, verosimilmente appena dopo la guerra. Se nacque Masi, Guerra o addirittura già Ganna questo è veramente difficile affermarlo, certo è che la mano di Faliero è fuori discussione: se volete affermare il contrario fatelo pure ma mettetevi a distanza di sicurezza da Alberto ,il figlio , anche lui con un piccolo vizietto: capire di biciclette e “farle su”, così si dice ancora a Milano, come nessun altro.
Foto: Aldo Bini, Faliero Masi, Costante Girardengo, Alberto Masi e la bici da pista Ganna costruita nel dopoguerra da Faliero Masi per il campione Aldo Bini